Ven19072019

Ultimo aggiornamentoLun, 17 Giu 2019 7pm

Ilva Taranto: tutti i numeri che segnano il destino dei lavoratori

Sono circa cinquemila gli esuberi annunciati dall'Ilva per lo stabilimento di Taranto. L'azienda spiega che è colpa del “protrarsi della crisi economico-finanziaria internazionale“ ma finanche di alcuni provvedimenti della magistratura.

I sindacati affermano sostanzialmente che oltre al danno per i lavoratori in questo modo si pregiudica anche il futuro dello stabilimento jonico proprio in questa fase in cui si tenta il cambio di proprietà. Ma l'Ilva tira dritto sulla strada annunciata e come in una sentenza di condanna già scritta elenca i numeri che segnano il destino dei lavoratori: in cassa integrazione straordinaria ci dovranno andare 4.984 dipendenti dello stabilimento di Taranto e 80 dello stabilimento di Marghera. Per quanto riguarda Taranto ecco il dettaglio: 433 lavoratori dell’area Ghisa, 821 dell’area Acciaieria, 988 dell’area Laminazione, 916 dell’area Tubifici-Rivestimenti tubi-Fna, 896 del'area Servizi-Staff e 939 dell’area Manutenzioni centrali. I conti sono presto fatti: in totale saranno 4.114 operai, 574 impiegati e 296 equiparati ad andare in cassa integrazione straordinaria. Facile immaginare cosa questo significhi per le famiglie dei lavoratori ma anche per l'economica del territorio.

L'ilva afferma che deve ridurre la produzione: “effettuare fermate parziali o anche totali di tutti gli impianti a valle e a monte del ciclo produttivo a caldo di Taranto, con inevitabile riduzione del fabbisogno di risorse umane”. Insomma, l'azienda adesso non ha più la necessità di avere tutto quel personale. L’azienda ha precisato in oltre che “le fermate dell’area di lavorazione a valle dell’area fusoria saranno modulate tra loro in modo alternato e, quindi, l’effetto non sarà cumulativo”. Le conseguenze di ciò che accadrà a Taranto si avranno, ovviamente, anche nello stabilimento di Marghera che, per stessa ammissione dell'azienda, “potrà essere interessato da una fermata totale e completa, sia pure per un periodo parziale e in stretta interdipendenza con il sito ionico”.

La decisione dell'Ilva è stata motivata in un documento consegnato ai sindacati. “L'attività di impresa nel settore dell’acciaio – scrive l'Ilva - è fortemente influenzata dal protrarsi della crisi economico-finanziaria internazionale, che ha prodotto un progressivo deterioramento del mercato di riferimento in Europa dopo un ciclo espansivo pluriennale collocabile negli anni 2003-2008. Tale congiuntura sfavorevole ha coinvolto l’intero ciclo produttivo dello stabilimento ionico interessando dapprima il settore e i laminati piani nelle varie linee di prodotto formato e, successivamente, il settore dei tubi e lamiere ad oggi risulta interessato da fermate totali o cicli ridotti di lavorazione”.

Ilva però non si limita ad analizzare il quadro economico globale, scende anche nello specifico sino a citare le note vicende giudiziarie. C'è stata, insomma, “una complessa vicenda amministrativa, legislativa e giudiziaria che ha interessato l’unità produttiva di Taranto. l'Ilva ha avviato il piano di adeguamento alle prescrizioni Aia che ha comportato la progressiva fermata o la riduzione degli impianti che insistono sull'area a caldo”.

L'ilva spiega nel documento che quei costi di adeguamento alle prescrizioni Aia hanno inciso notevolmente sull'annuncio degli esuberi.
“Il progressivo attestarsi di produzione e commercializzazione su volumi insufficienti a garantire l’equilibrio e la sostenibilità finanziaria degli oneri derivanti dalla gestione d’impresa, comprendenti gli ingenti costi di adeguamento alle prescrizioni Aia, ha progressivamente aggravato – afferma Ilva - la situazione di illiquidità, che ha determinato l’inevitabilità della richiesta di accesso alla procedura di amministrazione delle grandi imprese in crisi, cui l'impresa risulta oggi assoggettata”.

Ma il sindacato respinge al mittente decisione e motivazioni dell'azienda. Fim, Fiom, Uilm e Usb di Taranto "ritengono inaccettabile aprire un confronto sulla Cassa integrazione straordinaria”. Per le organizzazioni sindacali la proposta è “peggiorativa in termini di tenuta rispetto al passato. In particolare il ricorso alla Cassa integrazione straordinaria rischia di aprire fronti incerti rispetto alle tutele occupazionali in una fase delicatissima con alle porte la cessione degli asset produttivi, oltre a produrre ripercussioni pesanti sul reddito dei lavoratori già fortemente penalizzati”.

Ed ora i sindacati chiedono l'apertura immediata di “un tavolo di discussione presso il competente Ministero al fine di ricercare una concreta risoluzione che tuteli l’occupazione e il reddito dei lavoratori”. In quel confronto i sindacati sanno già cosa chiedere: avvio della discussione sui Contratti di solidarietà in deroga al Jobs act sia nella parte normativa che economica e per un periodo pluriennale e integrazione salariale”. Cosa risponderà l'Ilva? (Carmelo Molfetta)